Contrattazione e rappresentanza tra ideologia e discontinuità

Contrattazione e rappresentanza tra ideologia e discontinuità

di Giacinto Menis – Segretario Generale UIL Friuli Venezia Giulia

 

In uno scenario internazionale sempre più globalizzato,le conseguenze sulle economie nazionali sono tali da coinvolgere direttamente il mondo del lavoro. E di ciò, tuttavia, non c’è piena consapevolezza, tanto che approcci e rivendicazioni restano talvolta ancorate nei porti rassicuranti ma stagnanti delle vecchie ideologie. E’ concettualmente errato, prima ancora che praticamente inopportuno, immaginare l’esistenza di variabili indipendenti all’interno di un mondo i cui ingranaggi sono sempre più complessi e interdipendenti.

Alla base di un simile atteggiamento c’è l’idea, ormai superata, che il lavoro possa essere una derivata della politica piuttosto che dell’economia e, dunque, che si possano sostenere le ragioni di una tutela per scelta e non per utilità di sistema.

La riforma del sistema contrattuale è stata una vicenda emblematica di quanto sia ancora profonda la divaricazione tra le due opzioni che occupano la scena delle relazioni industriali.

Per la Uil, aver attribuito un adeguato peso specifico alla contrattazione di secondo livello è stata una scelta nata dalla consapevolezza che la chiave di volta per la ripresa non possa che essere costituita dalla competitività del sistema – di cui la produttività è componente essenziale – e che, conseguentemente, lavoro e salario possano crescere a partire dal luogo in cui la ricchezza si produce.

Questo approccio assume i temi della competitività e del merito come obiettivi da realizzare, segnatamente a tutela dei soggetti più deboli. E’ qui che risiedono senso e significato nuovi di un immutato ruolo sindacale.

Senza una condivisione unitaria su questi temi, è illusorio pensare di scongiurare l’eventualità dei cosiddetti “accordi separati” che caratterizzano, in particolare, il settore metalmeccanico. Né ci si può illudere che la soluzione della questione “rappresentanza e rappresentatività” possa sciogliere gli intricati nodi in essere.

E’ riduttivo e ingannevole immaginare che le differenze tra Cgil, Cisl e Uil si potrebbero risolvere semplicemente condividendo il sistema delle regole. Convincersi di questo assunto vorrebbe dire confondere gli obiettivi con gli strumenti.

Peraltro, regole condivise già esistono, sia per la misurazione della rappresentatività, sia per l’esercizio della consultazione.

Infatti, l’accordo di giugno 2011 – firmato da tutte le maggiori Confederazioni sindacali – ha affrontato e risolto l’annosa questione della certificazione degli iscritti e ha definito un efficace sistema della misurazione della rappresentatività sindacale. E – almeno per quanto ci riguarda – quell’intesa è stata firmata non solo, e non tanto, per regolare i rapporti tra le parti sociali, quanto per meglio tutelare gli interessi dei lavoratori e del Paese, traguardando l’obiettivo di porre la persona-lavoratore al centro delle dinamiche aziendali e puntando, al contempo, alla concretizzazione di un principio di vecchia data ma di grande attualità, quello che tende a coniugare – nel sociale come nel lavoro – i meriti e i bisogni.

E’ perciò che, diversamente dalla Cgil, non avvertiamo affatto la necessità di una regolazione legislativa della materia: anzi, collocato in questa dimensione, il dibattito sulla rappresentanza rischia di essere fuorviante perché impedisce di fare, prioritariamente, i conti con la necessità della discontinuità circa il ruolo e i contenuti della contrattazione.

È’ questa la vera sfida per il sindacato confederale, politica e non regolatoria: quella di prendere atto della necessità di destrutturare il paradigma del conformismo e della continuità e di costruire, insieme, le basi di una forza sindacale autenticamente riformista.