Credito, riforme e strategia industriale – PER USCIRE DALLA CRISI

Credito, riforme e strategia industriale – PER USCIRE DALLA CRISI

La crisi che attraversiamo è strutturale e per uscirne non basterà attendere che passi la tempesta: non varranno, quindi, soluzioni di comodo, né – tantomeno – facili scarichi di responsabilità.

Il nostro Paese ne sta soffrendo più di altri perché sconta “storiche” arretratezze e ritardi di sistema che investono il complessivo assetto economico, burocratico e istituzionale.

L’alto costo delle materie prime e la bassa propensione all’innovazione, con effetti devastanti sui settori produttivi “maturi” che subiscono la concorrenza delle nuove economie; l’alto costo del lavoro e il basso valore delle retribuzioni, per effetto di un micidiale cuneo fiscale e contributivo; una tassazione soffocante e un’evasione da record; costi della politica e delle istituzioni fuori controllo e un apparato burocratico tanto elefantiaco quanto inefficiente.

Potrei proseguire citando il divario nord-sud, l’economia sommersa e quella infiltrata…

Ma già così ce n’è abbastanza per intendere che si tratta di fattori endemici che, non da oggi, zavorrano la nostra economia e la nostra società: fattori che, finché s’è potuto, sono stati contrastati con misure tanto rozze quanto efficaci, quali la svalutazione competitiva e il ricorso al debito pubblico.

Si tratta di espedienti che oggi non sono più disponibili: il primo perché abbiamo adottato l’euro (e quella del ritorno alla lira è una suggestione che lasciamo a qualche buontempone in libera uscita elettorale); il secondo perché il debito pubblico italiano ha ormai raggiunto livelli oltre i quali c’è soltanto il default.

Il bilancio è noto: un Paese che fintantoché perdurava un ciclo economico favorevole, cresceva meno degli altri e che oggi, in fase di recessione, arretra più di altri.

Quello che si impone è dunque un grande processo riformatore, che sia condiviso da tutti i portatori di interessi e di responsabilità e che affronti con decisione i nodi che limitano la competitività del nostro sistema.

In quest’ottica, m’interessa poco replicare alla scivolata del Presidente regionale di Confindustria Calligaris che, con giudizio tanto sommario quanto gratuito, imputa al sindacato di ostacolare il cambiamento contrapponendosi ad ogni forma di flessibilità: la risposta sta nella quantità di accordi settoriali e aziendali che quotidianamente si sottoscrivono.

Piuttosto, ci sarebbero numerosi filoni sui quali Confindustria e sindacati dovrebbero fare fronte comune affinché la nostra regione si doti di una strategia industriale che non c’è.

Sapendo che in linea generale il nodo cruciale è rappresentato da un sistema finanziario autoreferenziale che si oppone alle attese e alle necessità dell’economia reale, precludendo qualsiasi concreta prospettiva di ripresa. Si tratta di un’anomalia che va contrastata ad ogni livello, quale premessa essenziale per ogni progetto di rilancio: è giusto perciò attendersi che anche al livello di responsabilità della Regione si attuino politiche capaci di ricondurre la finanza al servizio della comunità, allargando le maglie del credito a favore delle famiglie e delle imprese.

Adottando poi una strategia che parta dalla difesa e valorizzazione del tessuto industriale esistente, caratterizzato dalla preponderanza di piccole realtà produttive, la cui debolezza dimensionale va contrastata anche incentivando la crescita di network collaborativi, ovvero favorendo l’evoluzione dell’ormai consolidata esperienza dei distretti verso forme di “reti d’impresa”, attivando così processi di integrazione utili a competere sui mercati internazionali e a creare la massa critica necessaria per investire in ricerca e innovazione.

Inoltre la nostra regione possiede un’importante dotazione di centri scientifici e di ricerca: si tratta di una ricchezza che va portata a valore, sostenendo l’integrazione con il sistema delle imprese e promuovendo concretamente il trasferimento delle tecnologie.

Ancora, a fronte di risorse regionali sempre più scarse, va razionalizzata l’intera struttura istituzionale, va disboscato il sistema delle partecipazioni e vanno mirati gli interventi a sostegno dell’economia: non più provvigioni a pioggia, ma pochi, essenziali interventi di carattere strategico, in particolare sul fronte infrastrutturale.

Sono solo pochi esempi, ma sufficienti per misurare in concreto la voglia e la capacità di ciascuno degli attori – regione, imprese, sindacati – di confrontarsi sul serio con i temi della crisi, dando sostanza ad un concetto di specialità che sempre più dovrà declinarsi in termini di opportunità piuttosto che di prerogative.

Noi siamo pronti, lo siamo da tempo.

Aspettiamo soltanto che Regione e Confindustria battano un colpo.

di Giacinto Menis

Segretario Generale UIL FVG