Il Verdi, quale futuro

Il Verdi, quale futuro

Il Verdi, quale futuro – di Giacinto Menis, Segretario generale UIL FVG

L’approvazione del decreto “valore cultura” (sic) è l’ennesimo colpo inferto alle Fondazioni lirico-sinfoniche e per alcune rischia di essere il colpo definitivo.

Infatti, pur partendo da una constatazione finalmente oggettiva delle difficoltà in cui versa l’intero sistema dello spettacolo dal vivo e mettendo a disposizione delle risorse, tale decreto non solo non dà alcuna garanzia di sopravvivenza alle realtà più critiche, ma rischia di determinare la chiusura anche laddove si è da tempo intrapreso un coerente e incisivo percorso di ristrutturazione.

Il decreto colpisce infatti indistintamente, senza tenere in alcun conto le differenze anche sostanziali esistenti tra i vari teatri: in alcuni casi addirittura ridimensionando le capacità di autofinanziamento.

Il Verdi è da tempo avviato sulla strada di una seria razionalizzazione dei costi, al punto di essere ai primi posti in Italia quanto al contenimento del personale e delle spese di produzione.

Per primi, i lavoratori del Verdi hanno accettato di adeguarsi al continuo decremento del Fus (il Fondo Unico per lo Spettacolo) subendo un taglio del premio di produzione che ha consentito alla Fondazione di risparmiare ben 500.000 euro, di fatto rendendo i lavoratori il primo socio privato del Teatro.

Ma la rigidità e la sommarietà del dispositivo di legge rischia di rendere vani anche i migliori sforzi.

La verità è che si afferma sempre più nettamente l’opzione politica del disimpegno dalla produzione culturale, visto che:

– il Fus, già fortemente falcidiato, non garantisce per i prossimi anni nemmeno glia attuali valori minimali;

– le risorse che il decreto in questione destina al risanamento delle Fondazioni rappresentano soltanto un quinto della complessiva esposizione debitoria e sono erogabili unicamente in forma di prestiti;

– non solo: l’accesso a tali prestiti è condizionato all’adozione di ulteriori, pesanti misure di contenimento degli organici e degli stipendi.

Dunque, la prospettiva reale è rappresentata proprio dal ricorso al Fondo di rotazione, accompagnato da un piano industriale fatto di tagli ai costi e alle attività, da attuarsi sotto la stretta vigilanza di un supercommissario ministeriale. Una sorta di procedura di liquidazione.

Per il teatro Verdi le implicazioni sul piano occupazionale, stanti le enormi riduzioni degli organici (fino al 50%) previste dal decreto, portano fatalmente alla trasformazione da teatro di produzione a teatro contenitore.

Per quanto riguarda le retribuzioni, si arriva anche a tagli del 35%, applicati (vale la pena di sottolinearlo) ad un comparto cui dal 2005 è negato il rinnovo del CCNL!

Ridurre l’occupazione del Verdi – quella diretta e quella indotta – e comprimere gli stipendi del personale, significa infliggere un altro colpo al tessuto economico della città, già gravemente provata da questi anni di crisi.

Ma significa anche minare le sue stesse prospettive di ripresa, se è vero che Trieste vuole rafforzare la propria vocazione turistica, intesa come opportunità di valorizzazione dell’immagine della città e della sua economia.

Ma davvero si pensa che da un “pacchetto Trieste” che sia realmente capace di proporre in termini di attrattività turistica questa città, possa mancare una convincente offerta culturale? Significherebbe negare non solo la storia, ma anche il futuro.

In quest’ottica, il Verdi non può che rappresentare un asset strategico di complemento e di sviluppo, imprescindibile nell’offerta dell’ospitalità.

Certo, tutto ciò presuppone la necessità di un sostegno straordinario da parte delle istituzioni pubbliche e private di Trieste e della regione. E l’intervento deve appunto essere interpretato come un  investimento e non come un contributo.

La politica e le forze economiche del territorio devono essere capaci di costruire le sinergie necessarie alla salvaguardia del futuro della città che passa necessariamente attraverso la tutela dei suoi beni più rilevanti, ovvero del suo patrimonio storico, ambientale e culturale.

Lo strumento potrebbe essere quello di una cabina di regia che riunisca le differenti forze politiche, economiche e sociali, ma gli ingredienti devono essere quelli della responsabilità, della rinuncia agli egoismi di parte e della collaborazione nella progettazione di una prospettiva di progresso per la città e per la regione.